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1 Settembre 2026
A volte una parola basta per riaprire una discussione che sembrava già chiusa.
È accaduto il 24 agosto 2026, quando Roberto Vannacci, presentando la seconda parte del programma di Futuro Nazionale, ha scritto: «L’aborto non è un diritto». Il programma non propone l’abolizione della legge 194 del 1978, ma chiede di spostarne il baricentro verso la prevenzione, il sostegno alla maternità, la presenza delle associazioni pro-vita nei consultori e il riconoscimento giuridico del concepito.
Ed è proprio quella parola — diritto — a meritare attenzione.
La legge 194, approvata il 22 maggio 1978, non utilizza letteralmente l’espressione “diritto all’aborto”. Disciplina però l’interruzione volontaria della gravidanza e stabilisce, all’articolo 4, le condizioni nelle quali la donna può richiederla entro i primi novanta giorni.
La storia giuridica successiva è altrettanto importante.
Nel 1988 la Corte costituzionale affermò che la scelta legislativa di lasciare alla donna la responsabilità della decisione di interrompere la gravidanza era coerente con l’impianto della legge e con la prevalente incidenza della gravidanza sulla salute fisica e psichica della donna.
Non è una sfumatura.
È il cuore della questione.
Perché parlare di aborto significa mettere in relazione beni diversi: la tutela della maternità, la vita del concepito, la salute della donna e la sua libertà di scelta. La stessa Corte, nel 1996, ha ribadito che il giudice tutelare non può sostituirsi alla donna nella decisione.
Quarantotto anni dopo la 194, dunque, la discussione ritorna.
Ma ritorna in una società diversa.
Una società che affronta denatalità, trasformazioni familiari, difficoltà economiche e nuove forme di comunicazione politica. L’aborto torna così dentro un dibattito più ampio: che cosa deve proteggere lo Stato e dove deve fermarsi davanti alla libertà individuale?
È una domanda politica.
È una domanda giuridica.
Ma è anche una domanda profondamente umana.
Perché dietro una legge non ci sono soltanto parole.
Ci sono donne, gravidanze, paure, condizioni economiche, convinzioni personali e decisioni che possono cambiare un’intera esistenza.
Per questo credo che il confronto sull’aborto meriti qualcosa di più delle tifoserie.
Meriti conoscenza.
Meriti memoria.
Meriti soprattutto parole precise.
Perché chiamare una cosa “diritto”, “libertà”, “tutela” o “responsabilità” non è soltanto scegliere un termine.
È scegliere, almeno in parte, come vogliamo che lo Stato guardi alla vita delle persone.
E forse è questa la vera domanda che oggi l’Italia dovrebbe avere il coraggio di discutere.