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IL POTERE DELL'ECCELLENZAblog

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Quando la collaborazione diventa servilismo: il piccolo gioco di chi ha bisogno di sminuire gli altri

Quando la collaborazione diventa servilismo: il piccolo gioco di chi ha bisogno di sminuire gli altri

C’è un curioso meccanismo, soprattutto negli ambienti professionali: quando non riescono a mettere in discussione il tuo lavoro, provano a mettere in discussione te.

E allora improvvisamente il problema diventa una virgola. Una virgola da spostare. Un punto da mettere al posto della virgola. Una parola che “forse sarebbe meglio cambiare”.

Naturalmente può succedere. Fa parte del lavoro di chi scrive e di chi comunica. Il punto è un altro. Quando la correzione diventa un pretesto per sminuire chi hai davanti, non stai più parlando di sintassi. Stai parlando di potere. E questo, per chi lavora nella comunicazione, è abbastanza facile da riconoscere. Perché noi sappiamo che le parole non sono mai soltanto parole. Sappiamo distinguere una collaborazione da una dimostrazione di superiorità. Una critica professionale da una provocazione. La disponibilità dal servilismo. Il confronto dall’obbedienza. La libertà di parola dalla necessità di compiacere qualcuno. E sappiamo anche riconoscere quando, dietro una puntualizzazione apparentemente innocua, c’è il tentativo di ridurre il valore di una persona.

La cosa interessante è che, quando non ci prestiamo al gioco, spesso accade qualcosa di molto semplice: o veniamo sommersi dalle chiacchiere, oppure intorno a noi cala improvvisamente il vuoto.

Niente confronto. Niente dialogo. Niente collaborazione. Solo silenzio E sapete cosa? Va benissimo così. Perché non rispondere non significa non avere argomenti. Significa averne abbastanza per sapere dove vale la pena spenderli. Io non credo che un professionista debba dimostrare il proprio valore vincendo ogni discussione. Credo che debba riconoscere quelle che meritano di essere affrontate e avere l’intelligenza di lasciare le altre sul tavolo, insieme alla loro famosa virgola. Perché c’è una cosa che nella comunicazione impari presto: non tutte le parole meritano di essere pubblicate. E non tutte le persone meritano una risposta.

A volte si mette un punto. Non perché si è stati messi a tacere. Ma perché si è scelto di andare via. E allora prendiamo i nostri colori, lasciamo pure agli altri le loro discussioni sulle virgole e cerchiamo un giardino migliore. Uno spazio in cui la disponibilità venga riconosciuta per quello che è: professionalità. La collaborazione venga vissuta come collaborazione, non come servilismo. La libertà di parola non debba essere scambiata per disobbedienza. E il talento non debba continuamente chiedere il permesso di esistere. Perché certi colori, semplicemente, non sono fatti per stare dove qualcuno passa il tempo a cercare di sbiadirli. Sono fatti per fiorire.

E noi abbiamo decisamente di meglio da fare che discutere sul colore della nostra vernice con chi non ha mai avuto intenzione di guardare il quadro.

EDDA CACCHIONI (DALLA MIA NEWS LETTER ''INSIGHT'' DI LINKEDIN

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